Osteopatia e vulvodinia: come il trattamento osteopatico concorre al processo di guarigione

La riabilitazione del pavimento pelvico è fortemente consigliata alle donne che soffrono di vulvodinia, specie se la loro condizione si accompagna a ipertono, prolassi o altre disfunzioni.
Gli approcci riabilitativi possono essere vari a seconda del tipo di disturbo presentato dalla paziente. In questa breve intervista approfondiamo con la Dottoressa Daria Vescio, fisioterapista e osteopata, il ruolo dell’osteopatia e come quest’ultima possa essere integrata in un trattamento combinato nel percorso di guarigione dalla vulvodinia.

(Domanda): Come si è imbattuta in questa patologia?
(Risposta della Dott.ssa Vescio): Ho iniziato per caso. 
Appena laureata la dottoressa Barbara Del Bravo (ginecologa, ndr) mi chiese di collaborare e occuparmi della riabilitazione del pavimento pelvico. 
Erano gli anni in cui si iniziava appena a parlare di vulvodinia, per cui siamo cresciute insieme professionalmente, approfondendo la rispettiva formazione su questa patologia.
Io, da allora, ho frequentato i corsi dagli approcci più disparati fino ad iniziare la scuola di osteopatia. 

Qual è l’approccio “più disparato” in cui si è imbattuta nella sua formazione professionale in relazione alla vulvodinia? E quale quello che non ha affatto condiviso (se c’è)?
Da quello più scientifico e ligio a protocolli, a quello che invece tiene di conto prevalentemente i vissuti emotivi della donna.
Non c’è un approccio giusto o sbagliato, semplicemente bisogna adattare ogni strumento che sia ha a disposizione alla paziente.


L’approccio osteopatico, invece, l’ha conquistata! Tanto da condurre uno studio pilota proprio sulla vulvodinia come tesi conclusiva del suo percorso di formazione. Ma prima di approfondire questo studio, ci spiega che cos’è, brevemente, l’osteopatia?
L’osteopatia è una professione sanitaria (individuata ufficialmente nella legge 3/2018) basata su un approccio integrato e complementare alla medicina tradizionale.
La valutazione osteopatica ha come obiettivo l’individuazione della “disfunzione somatica” che è l’espressione dell’alterazione dello stato di salute causato da eventi stressanti esterni o interni all’organismo, come traumi e/o patologie e si manifesta principalmente sul sistema muscolo scheletrico con sintomi quali il dolore o la riduzione di mobilità. 
Il compito dell’osteopata è quello di stimolare il ripristino della mobilità fisiologica a livello dei diversi sistemi (circolatorio, respiratorio, fasciale, nervoso, muscolo-scheletrico) che attraverso un’attività sinergica e coordinata, regolano il normale funzionamento dell’organismo.
Personalmente, sono tre le frasi di Andrew Taylor Still (medico e uomo di scienza americano che nella metà dell’800 gettò le basi dell’osteopatia e del ragionamento osteopatico) che mi hanno colpita:
“Conosci la tua anatomia e la tua fisiologia, ma quando poni le mani sul corpo di un paziente, non dimenticare che vi abita un’anima vivente”
“La vita è movimento, ed il movimento esprime la qualità della vita”
“Il compito del medico è trovare la salute. Tutti sanno trovare la malattia”
Queste frasi mi sono rimaste impresse.
 
Di cosa si è occupata nel suo lavoro di tesi? 
Col mio lavoro di tesi ho voluto studiare la vulvodinia anche dal punto di vista osteopatico indagando come il trattamento manipolativo potesse aiutare nel processo di guarigione.
Contrariamente al principio del “non protocollo” tipico dell’osteopatia, questa volta ho dovuto fissare un protocollo di valutazione e un trattamento ben precisi per standardizzare e poter analizzare e confrontare i risultati.

La conclusione che ho potuto trarre è che lo studio ha sottolineato ancora una volta quanto la vulvodinia sia multi-sistemica e in quanto tale vada “attaccata” da più fronti: un solo tipo di trattamento (medico, fisioterapico o osteopatico che sia), per quanto eseguito in maniera impeccabile, potrebbe non portare alla risoluzione del problema. 
Dall’osservazione dei dati raccolti, si potrebbe ipotizzare un protocollo riabilitativo diviso per fasi: in un primo momento, l’obiettivo è quello di ridurre l’ipertono e la componente algica che sono alla base della sensazione dolorifica. In questa prima fase, il trattamento osteopatico è da privilegiare. In un secondo momento bisogna “riattivare” la capacità di controllo motorio della muscolatura e quindi il lavorare con gli strumenti della fisioterapia classica sarebbe la scelta migliore.
Mi piacerebbe poter proseguire lo studio validando questo protocollo che integra le due metodiche. Chiaramente, il trattamento fisico deve essere accompagnato dal trattamento farmacologico e da attenzioni comportamentali delle pazienti: come sottolineato in precedenza, trattandosi di una patologia multi-sistemica, la vulvodinia va affrontata in modo multidisciplinare. Se dovesse mancare anche solo un passaggio, la guarigione sarebbe incompleta.  
Sarebbe altrettanto interessante una rivalutazione delle pazienti a medio e lungo termine per constatare se effettivamente i miglioramenti ottenuti vengono mantenuti o se, come può capitare, la patologia si ripresenta: si tratta di una patologia neuropatica ed è ipotizzabile che si inneschi un “meccanismo di facilitazione” che ne facilita, per l’appunto, la ricomparsa. 

In cosa consiste il meccanismo di facilitazione?
Alla base di una patologia neuropatica c’è un’infiammazione neurogena ovvero un evento infiammatorio caratterizzato dal rilascio di sostanze che creano la condizione ottimale per attivare i nocicettori afferenti primari. È ipotizzabile quindi che si inneschi una condizione in cui gruppi di neuroni si mantengono in uno stato di eccitazione parziale o sotto soglia. In questo stato, è necessaria una quantità minore di stimoli afferenti per innescare la scarica di impulsi.
Questo, spiegherebbe perché la sintomatologia tipica della vulvodinia, sebbene in forma più lieve, possa ripresentarsi dopo un periodo di tempo anche in presenza di uno stimolo sotto soglia.  

Questo significa che le terminazioni nervose periferiche restano in uno stato vigile, pronte a scattare e riproporre la sintomatologia della vulvodinia nel momento in cui si verifica uno stimolo esterno anche lieve? 
Praticamente sì.


Come si “disinnesca” questo meccanismo?
Un corretto trattamento che preveda l’integrazione delle varie terapie illustrate, si suppone, viste le evidenze ottenute, che possa concorrere a non innescare il meccanismo di facilitazione e a portare la paziente ad una completa e permanente guarigione.

Accanto alla neuropatia, c’è quasi sempre un altro problema per cui alle donne viene consigliata la riabilitazione del pavimento pelvico ovvero la contrattura. Neuropatia e contrattura vengono associate talmente spesso tanto da creare confusione in molte pazienti.
Qual è la differenza tra l’una e l’altra e quali sono i sintomi tipici e i trattamenti?

Il discorso è un po’ complesso!
Nel senso che è difficile anche paragonare le due cose: una, la neuropatia è una patologia che colpisce il sistema nervoso e che può presentare i sintomi più disparati a seconda del tipo di nervi interessati (sensitivi o motori).
Nel caso della vulvodinia i nervi coinvolti sono quelli sensitivi.
La sintomatologia caratteristica della neuropatia sensitiva periferica generale comprende: formicolio e pizzicore in corrispondenza delle zone in cui risiedono i nervi periferici danneggiati; senso di intorpidimento e ridotta capacità di avvertire il dolore e i cambiamenti di temperatura, soprattutto a livello delle mani e dei piedi; dolore bruciante e simile a fitte, specie agli arti inferiori e ai piedi; allodinia, ovvero dolore provocato da uno stimolo che, in condizioni normali, sarebbe del tutto innocuo e privo di conseguenze.

La contrattura è invece la conseguenza della neuropatia. Il muscolo si contrae come meccanismo di difesa.

Riguardo il trattamento, per curare efficacemente la neuropatia sono necessari dei farmaci che desensibilizzano il sistema nervoso (ad esempio, gli antidepressivi triciclici), mentre dal lato riabilitativo sono molto utili le TENS e il Biofeedback con cui si riesce a desensibilizzare e a riscoprire la capacità percettiva (la capacità di contrarre e rilassare volontariamente il muscolo). Sono utili, inoltre, le manipolazioni osteopatiche per restituire l’equilibrio perso a livello globale.

Sulla contrattura si agisce con i trattamenti osteopatici, con il lavoro sui trigger point e con l’automassaggio. 


Prevede a breve ulteriori studi per validare il protocollo di cura ipotizzato?
Vorrei continuare il lavoro di tesi iniziato e confrontare gli effetti di un approccio farmacologico e fisioterapico da un lato, e farmacologico fisioterapico – osteopatico dall’altro.

Glielo auguriamo e saremo felici di riparlarne in una nuova intervista!
Grazie
!