Il trattamento osteopatico: un valido alleato per chi soffre di vulvodinia

Trattamento osteopatico alleato nella terapia per la vulvodinia

La vulvodinia è caratterizzata da dolore neuropatico a cui possono essere associate delle disfunzioni del pavimento pelvico che si manifestano come aumento del tono muscolare e presenza di trigger point, ovvero di punti di alta dolorabilità alla compressione. All’interno di un approccio multidisciplinare, il trattamento osteopatico può essere un valido alleato per chi soffre di vulvodinia. In complementarietà con la terapia medica e il trattamento riabilitativo, infatti, l’osteopatia può valutare la presenza di restrizioni di mobilità a carico della componente muscolare e legamentosa del bacino e del rachide. Il pavimento pelvico non è un distretto anatomico a sé stante, ma è in costante relazione anatomica e funzionale con il resto del corpo. Integrare le disfunzioni pelviche con la funzionalità di tutto il sistema muscoloscheletrico permette quindi di avere una visione più ampia del problema. Così si può intervenire sugli eventuali compensi posturali che potrebbero sovraccaricare il pavimento pelvico e rallentare, o ridurre, l’efficacia dell’intervento riabilitativo.
La Dottoressa Silvia Ratti – una osteopata formatasi all’Istituto Superiore di Osteopatia, dove ora insegna “Metodologia della ricerca”, e attualmente coordinatrice della sezione di Ostetricia e Ginecologia del Centro di Medicina Osteopatica (la clinica universitaria responsabile dove gli studenti fanno tirocinio clinico) – ci spiega in che modo la vulvodinia può essere aiutata dall’osteopatia.

(Domanda) Dottoressa Ratti, quando è stata la prima volta che ha sentito parlare di vulvodinia?
(Risposta della Dottoressa Ratti) La prima volta che ne ho sentito parlare è stato al Centro medico Andromeda quando ho iniziato a vedere le prime pazienti. Prima della laurea non avevo mai sentito parlare di vulvodinia. La formazione su questo argomento è avvenuta dopo tramite master e pratica clinica con le pazienti, soprattutto al Centro medico Andromeda.  
 
Dottoressa, può aiutarci a capire in che modo la vulvodinia può essere aiutata dall’osteopatia?
La vulvodinia in alcuni casi può essere associata a disfunzioni del pavimento pelvico caratterizzate da aumento del tono muscolare basale. Il pavimento pelvico – come qualunque altra zona del corpo – non è isolato, ma è in relazione funzionale e biomeccanica con tutto l’apparato muscolo-scheletrico. Integrare le disfunzioni del pavimento pelvico con le eventuali presenze di disfunzioni in altri distretti corporei – che siano le articolazioni del bacino, quelle dell’arto inferiore o del rachide – rende più efficaci i trattamenti riabilitativi. Nella valutazione della vulvodinia, personalmente, esamino sicuramente il pavimento pelvico e le articolazioni del bacino, e le integro con la valutazione e il trattamento di altri distretti come arto inferiore, tratto lombare e diaframma. 
Come si svolge la visita dell’osteopata per chi soffre di vulvodinia?
Durante la prima visita osteopatica raccolgo la storia clinica della paziente. Quindi eseguo un esame obiettivo osteopatico effettuando dei test orientati in modo particolare alla valutazione della mobilità delle articolazioni che danno inserzione alla muscolatura pelvica, cioè l’articolazione sacro-iliaca, il coccige e il pube. Infine valuto esternamente la forza, la resistenza e la presenza di aree di maggiore dolorabilità della muscolatura pelvica in relazione alla mobilità di tutte le articolazioni precedentemente testate. Le aree che vengono valutate maggiormente nella diagnosi di vulvodinia sono quelle diaframmatiche: la mobilità del diaframma toracico rispetto il diaframma pelvico, tutta la componente viscerale-addominale e la mobilità delle articolazioni del bacino. Quindi, in particolare, valuto l’articolazione sacro coccigea, la mobilità dell’articolazione sacro iliaca e della sinfisi pubica e valuto come la paziente organizza la deambulazione e l’equilibrio. Per chi soffre di vulvodinia è importante migliorare il grado di consapevolezza corporea generale, non solo pelvica, e comprendere sia quali siano i meccanismi di compensazione muscolo-scheletrici funzionali a proteggerla dal dolore.

In cosa consiste il trattamento?
Il piano di trattamento è soggettivo e dipende dal risultato dell’esame obiettivo. Tendenzialmente si manipolano le articolazioni del bacino e si fanno tecniche di rilascio muscolare indirizzate al pavimento pelvico e alla muscolatura sinergica dell’addome, dei glutei e degli adduttori. Quindi viene integrato il trattamento di disfunzioni somatiche rilevate a carico di tutto l’apparato muscoloscheletrico.
 
Quanti trattamenti servono?
Dipende da paziente a paziente. Il piano di trattamento viene condiviso con la paziente in accordo con il piano terapeutico delineato dalla ginecologa e del team di riabilitazione in modo da non sovraccaricare la paziente con troppi trattamenti.

Il trattamento è doloroso?
Il trattamento osteopatico è per sua natura non doloroso e non invasivo. Alcune tecniche però, soprattutto quelle in presenza di punti di alta dolorabilità, possono risultare fastidiose. L’intensità è sempre modulata in base alle esigenze e alla risposta soggettiva della paziente e si adegua al grado di infiammazione e di dolore presenti nel giorno del trattamento.

Vulvodinia e schiena: quali sono le relazioni tra il pavimento pelvico e la postura, secondo la sua esperienza?
La letteratura scientifica ci suggerisce ad esempio che le disfunzioni del pavimento pelvico hanno delle ripercussioni sul posizionamento articolare del tratto lombare. Quando c’è un’alterazione di carico a livello lombo-sacrale si ripercuote sul passaggio dorso-lombare e sale fino alla parte cranio cervicale. L’esame osteopatico è sempre soggettivo e pianificato alla luce delle caratteristiche di ogni singola paziente e alle sue aspettative.

Dottoressa, per curare la vulvodinia quanto reputa importante lavorare in squadra insieme ad altre figure professionali?
Come per tutte le pazienti con condizioni croniche è importante affrontare un lavoro multidisciplinare in virtù della ricaduta su diversi aspetti della salute e della quotidianità. Il lavoro tra osteopata (che si occupa dell’interazione pelvica e della biomeccanica muscolo-scheletrica), ginecologa (che invece si occupa della terapia farmacologica) e ostetrica (che si occupa della riabilitazione pelvica) è fondamentale. Ognuno ha il suo ruolo. Questo non vuol dire che tutte le pazienti con vulvodinia abbiano bisogno dell’osteopata, la prima visita serve proprio a intercettare eventuali necessità di intervento, se presenti.

Secondo la sua esperienza – sebbene tutte le vulvodinie siano diverse – quali sono i fattori principali che portano chi soffre di vulvodinia a migliorare?
Ogni paziente, come sappiamo, compie un percorso soggettivo. Sicuramente è importante applicare la terapia giusta al momento giusto. È fondamentale la presa in carico della paziente vulvodinica a livello multidisciplinare perché questo rappresenta la modalità più veloce per risolvere la condizione. Non ultimo, la consapevolezza di una presa in carico il più possibile completa e adeguata, è in sé un aspetto fondamentale per il processo di guarigione.

In qualità di osteopata, quali sono i consigli che si sente di dare a chi si trova in fase di visita per capire a fondo la situazione e per compiere la scelta migliore?
Per trattare chi soffre di vulvodinia ho bisogno di avere delle informazioni cliniche specifiche perciò ho già individuato le domande da fare in fase di visita per poter impostare al meglio il piano di trattamento. In seguito condivido con loro gli obiettivi che vogliamo raggiungere. Valuto le aspettative delle pazienti. Indico le tempistiche e cosa mi aspetto dai trattamenti. Personalmente tengo sempre nella dovuta considerazione che la paziente con vulvodinia segue già diverse terapie che gravano anche a livello economico, per cui cerco di venire incontro alle pazienti e creo il piano terapeutico pensando anche a questo aspetto. La vulvodinia è una condizione molto delicata che ha a che fare con una sfera dell’esistenza molto particolare, cioè quella relazionale. 

Parlando proprio dell’aspetto sociale, a suo parere, quale potrebbe essere la chiave per aiutare chi soffre di vulvodinia?
A mio avviso la patologia dovrebbe essere riconosciuta. Questo permetterebbe di migliorare soprattutto la formazione del personale medico. È necessario che ognuno di noi, come professionista sanitario, introduca la vulvodinia nelle piccole azioni sociali che svolge. Ad esempio, come osteopata, mi occupo di un progetto organizzato dal Registro Internazionale degli Osteopati sul dolore cronico e tra le tante testimonianze che fornisco ho introdotto proprio quelle sulla vulvodinia.
 
Dottoressa Ratti, per concludere, vuole aggiungere qualcos’altro sull’approccio multidisciplinare?
L’approccio multidisciplinare è tanto importante quanto difficile da attuare perché i professionisti stessi non sanno bene di cosa si occupino gli osteopati. Siamo limitati dal fatto che non esiste ancora un inquadramento legislativo. Questo rende difficile a molti medici comprendere come inserire l’osteopatia nel trattamento della vulvodinia.
 
Dottoressa Ratti, grazie per il suo contributo preziosissimo e, ovviamente, per la sua disponibilità. Siamo sicure che i suoi consigli aiuteranno a rassicurare chiunque soffra di vulvodinia e a comprendere al meglio come orientarsi.